venerdì 22 luglio 2011

Genova 2001: La verità diventa menzogna. Genova 2011: Tutto come prima, o quasi

Alcuni credono che Genova si possa sintetizzare in quella chiazza di sangue che segnò la morte di Carlo Giuliani il 20 luglio del 2001, altri negli scontri, nelle omissioni, nelle menzogne e soprattutto nei pestaggi della polizia italiana. Magari fosse solo questo, magari il ribrezzo fosse solo per quei terribili ricordi di chi visse in prima persona gli abusi. Genova fù molto altro, ma in primo luogo la dimostrazione, al di la della “ritrovata” e parziale memoria di molti giornalisti, di come i media altro non siano che penna e carta al servizio del potere.

Per potere non si intende quello di chi, oggi o domani, sarà maggioranza politica, ma quel potere che nei suoi volti viene comunemente riconosciuto come quello della casta e dei suoi numerosi affiliati. Durante e dopo le giornate di Genova i mezzi di informazione parlarono di “assalti dei black block”, di gruppi organizzati con l'obiettivo di devastare la città., di sangue infetto lanciato contro la polizia, di possibili attacchi aerei e subacqui, di tutto insomma. Meno che di una cosa, di quello che realmente avvenne.

A Genova la polizia italiana (tra le poche in europa a non avere numeri identificativi per i propri agenti) commise di tutto, ma i mezzi di informazione non se ne accorsero. Alcuni giornalisti vennero pestati a sangue, ma non se ne accorsero. Alcuni videro le le macchine fotografiche che avevano al collo sfracellarsi per terra, ma non se ne accorsero. Ad alcuni venne mostrato il dito sulle labra che intima il silenzio, ma non se ne accorsero. E alla fine pensarono, inutile replicare o denunciare, meglio assecondare la versione ufficiale: “assalto dei balck block”.

Pochi giorni fa, per chi non lo sapeva, le rivelazioni del famoso Spider Truman sul suo blog anti-casta, hanno spiegato che i parlamentari usano mandarsi lettere minacciose per ottenere le scorte. Nessuno rammenta delle lettere di minacce inviate a casaccio a giornali e politici prima del G8? Nessuno rammenta i presunti annunci comparsi sui siti antagonisti che promettevano sangue? A nessuno viene la morbosa curiosità di capire chi sono i famosi black block?.

La risposta è più facile della domanda: Nessuno. Potrei dire che sono come babbo natale, anche se in questo caso il natale si è festeggiato a luglio. Ma che nessuno abbia timore, non si vedono solo una volta l'anno, ricompariranno più tardi, quando serve. Ecco, è questa la storia in poche righe di Genova, la storia di un intero mondo, quello del potere, che si prende gioco di tutti., fino al punto di alimentare un dibattito che non esiste e che continua a tappare occhi, bocche e orecchie, tanto basta per nascondere tutto quello che veramente accadde.

I narcos diventano templari

Diventa sempre più forte, in Messico, il nesso tra narcotraffico e religione, tanto da riesumare i templari. L'esercito ha ritrovato nelle campagne dello Stato di Michoacan un moderno manuale che si rifà ad alcuni principi dei “cavalieri” del Tempio di Salomone, il cui ordine fu disciolto nel XIV secolo.

Una ventina di pagine dove furti, decapitazioni e sequestri contrastano con i principi etici dei narcotrafficanti: lotta alle ingiustizie e al materialismo; protezione dei più deboli con in testa vedove e orfani, patriottismo, ricerca della verità divina e fedeltà al gruppo. Il tradimento sarà punito con la morte e l'omicidio permesso soltanto dopo un'autorizzazione.

Secondo le autorità messicane, a capo dei 'templari' ci sarebbe un ex maestro elementare, il cui nome di battaglia è “la Tuta”, artefice della scissione dei “cavalieri” dalla banda criminale che tradizionalmente agisce nella zona di Michoacan, “La Famiglia”. Per dimostrare la loro forza,“i templari” usano sfilare per le vie delle città con convogli armati, assaltano caserme della polizia e roccheforti del gruppo criminale rivale, “Los Zetas”. Azioni puntualmente riprese e mostrate su Youtube.

Tra le attività principali dei “templari” c'è la ricerca di nuovi seguaci. Il proselitismo e l'abilità dei gruppi criminali di assoldare nuovi “soldati” rendono sempre più difficile l'azione di contrasto delle autorità messicane. Nonostante il crescere degli investimenti degli Stati Uniti per potenziare i controlli al confine con il Messico e l'offensiva al narcotraffico condotta dal governo di Felipe Calderon, il potere dei cartelli della droga non sembra diminuire. Dal 2006 a oggi la guerra al narcotraffico e tra i narcotrafficanti ha causato quasi 31 mila morti.

Il legame tra gruppi criminali e credenze religiose è risaputo. L'icona della Santa Muerte, la protettrice dei narcos che compare spesso sulle braccia dei trafficanti di droga e in una statua della piazza del quartiere Tepito, una delle zone più malfamate della capitale, Città del Messico, è la raffigurazione più conosciuta del rapporto tra criminalità e teologia. Anche l'utilizzo di canti popolari con melodie ecclesiastiche e non, conosciute nel Paese come musica “narcocorrida”, alimentano la cultura del narcotraffico, ben lontana dall'essere soltanto un insieme di pratiche di vita adottate dai cartelli della droga.

giovedì 15 ottobre 2009

O LA BORSA O LA VITA



Ci sono vari modi per vivere due ore, si può considerarle 120 minuti, due blocchi da 60, il tempo per una cena, una telefonata troppo lunga, e se si può andare oltre, perché no, anche il tempo di massacrare i Senegalesi in un piccolo quartiere. Fortunatamente di questi “pericoli” si curano le istituzioni, e allora viva il tricolore, grazie Fiamme Gialle.

Accantonando l’ironia che è facile provare non vivendo di persona certe tristi esperienze, torniamo ai fatti, che per quanto noti siano è ancora opportuno ricordare. Alle 9.00 di lunedi 5 ottobre nel quartiere popolare il Pigneto di Roma, luogo conosciuto nella città per la sua componente multietnica e per essere un ritrovo serale per molti degli studenti che popolano la capitale, quattro agenti in borghese della Guardia di Finanza si dirigono verso un gruppo di ragazzi senegalesi, dicono loro qualcosa e vanno via, non abbandonano il quartiere, continuano a girare nella zona. Alle 14.00 circa delle grida. I senegalesi che vivono presso due palazzi a Via Campobasso corrono in strada e vedono uno dei quattro agenti puntare una pistola alla tempia di un loro connazionale, reo, secondo i finanzieri, di avere dei portafogli da voler vendere. Dopo una trattativa durata alcuni minuti i senegalesi riescono a convincere gli agenti a lasciar andare il ragazzo. Ovviamente l’iniziativa dei finanzieri sembra piuttosto azzardata, ma ancora non è tutto, anzi, il peggio deve ancora arrivare. Alle 18.00 alcune camionette della Finanza arrivano a Via Campobasso, dove vive la maggioranza della comunità senegalese della zona. “Comincia la caccia all’uomo” racconta Alberto, un ragazzo italiano che vive nel quartiere, “erano indiavolati e colpivano tutti quelli di colore. Erano tantissimi, non saprei dire quanti”. I Finanzieri, in tenuta anti-sommossa, armati di scudi e manganelli, cominciano il macabro ballo della violenza che coinvolge le piccole strade del Pigneto per 2 ore. Saranno 25 in tutto i fermati, 18 verranno portati in Questura dopo essere stati inizialmente portati nella Caserma della Guardia di Finanza, 7 invece rimarranno lì. Ancora oggi due ragazzi senegalesi sono trattenuti. In molti leggendo questa storia potrebbero essere indotti a credere che si sia trattato solo di un controllo gestito male, ma guardando con la lente di ingrandimento questa vicenda si scoprono ed evidenziano particolari nuovi, che trasformano questa brutta giornata in una storia nella storia. Omar e Abdul, due dei ragazzi senegalesi fermati e portati prima in Caserma e poi in Questura, raccontano di essere rimasti increduli dalla vicenda e aggiungono particolari di denuncia. “Spesso la polizia viene qui al Pigneto per farsi dare la nostra roba e portarsela via, ma mai avevano fatto una cosa di questo tipo. Io – spiega Omar - ero davanti il mio computer quando verso le 18.00 sono entrati in casa. Hanno rotto tutto quello che potevano rompere. Quando sono venuti la mattina i quattro agenti in borghese ci hanno detto che se non avessimo portato loro la roba sarebbero entrati in casa e se la sarebbero presa da soli. Noi non abbiamo detto nulla e cinque ore dopo abbiamo sentito gridare un nostro amico. Gli hanno puntato una pistola alla testa perché aveva quattro portafogli che voleva vendere. Siamo riusciti a convincerli a lasciarlo e poi è successo il delirio. Quello che ho visto accadere alle sei non lo avrei mai potuto immaginare”. Molti dei cittadini del Pigneto raccontano di aver tentato di intervenire per fermare la violenza della Guardia di Finanza, ma di aver ricevuto per risposta che la loro era un’operazione antiterrorismo e che poco prima dei ragazzi senegalesi avevano ferito un finanziere, tesi poi smentita. E’ qui che emerge la chiave di lettura più importante per comprendere l’accaduto. Dei 25 fermati solo due sono stati denunciati e sono tutt’ora detenuti in caserma, ma non per contraffazione, ne tantomeno per terrorismo, ma per resistenza a pubblico ufficiale. E allora perché far intervenire decine e decine di agenti in pieno pomeriggio inseguendo i senegalesi metro per metro in tenuta anti-sommossa?, perché portare via della roba dalle case se poi si decide di accusarli non di contraffazione ma di resistenza a pubblico ufficiale?, e soprattutto, perché usare così tanta violenza terrorizzando tutti gli abitanti del quartiere? Secondo quanto riferito dai ragazzi fermati in realtà la violenza subita per le strade è stata solo l’antipasto, “la loro rabbia” -racconta sempre Omar, che non si occupa nemmeno di vendere merce ma fa volantinaggio ed ha un regolare permesso di soggiorno - “ è esplosa nella caserma. Io sono stato colpito più volte con pugni e schiaffi, uno di loro mi ha detto che avremmo dovuto pagare tutti perché un finanziere era stato colpito. Ho sentito urlare forte uno dei due ragazzi che sono ancora lì, tanto che un finanziere ha dovuto chiudere la porta della stanza nella quale era rinchiuso”.

Dopo tutto questo diviene logico, o almeno lo è per chi scrive, chiedersi se sia questa la sicurezza della quale continuamente si parla. Se sia questo il diritto a girare tranquillamente nei propri quartieri di cui la politica riempie giornali e tv, se sia questa quella che alcuni continuano a chiamare democrazia. E allora diviene solo retorica e ridicola la condanna degli atti violenti che colpiscono le diversità, specie se ad architettarli sono le istituzioni.

giovedì 2 luglio 2009

Sinceramente


Sinceramente questo paese sembra cadere ogni volta più in basso. Spesso ho pensato che all'idiozia ci fosse un limite, che dopo molto tempo, per quanto inconsciamente e magari involontariamente, la gente capisse quanto sbagliato fosse l'atteggiamento dei nostri governanti verso gli stranieri. Ho pensato che qualcuno avrebbe chiesto agli abitanti di questo paese di parlare con i propri parenti che in passato vissero il trauma dell'immigrazione. Eppure, passano i giorni, i mesi, gli anni, e nulla cambia. Nessuno parla. Parlano solo coloro che devono farlo per opposizione o dovere morale. Ma nessuno sente, nessuno ascolta, nessuno capisce, e gli immigrati sono ormai dei criminali, dei clandestini, dei fuorilegge. E perchè?, nessuno fa questa domanda. Certo può essere vero che l'immigrazione può costituire un problema, ma la globalizzazione non l'ho chiesta io, me l'avete portata in casa voi senza nemmeno chiedermi se la volessi. Mi dite che a casa mia posso far entrare le scatole cinesi ma non i cinesi, che le merci non hanno confini ma le persone si. Che mondo è un mondo nel quale una scatola non ha bisogno di chiedere permessi e gli uomini si. Che paese è un paese dove tutto è lecito meno che non essere italiani. Che gente è quella che permette tutto questo e magari batte le mani. E' un paese questo si, segnalato su una cartina, con gente che parla la stessa lingua, con una squadra che gioca i mondiali e dei tifosi che esultano se vince, ma che paese? Credete sia stupido?,credete che non sappia dove volete andare? E' vero gli anni passano ma certe cose non si dimenticano, certe cose sono fresche nella memoria e non vanno via, certi errori li trovi nei libri e nei racconti di chi ha visto più di te, e allora no. Non posso star fermo a guardare, non so cosa posso fare ma certo non permetterò a nessuno di rovinare la mia vita come state provando a fare voi. A nessuno consentirò di arrestare un bambino solo perchè è nato qualche km più in la di me. Oggi seduti sulle vostre comode poltrone avete deciso chi non è italiano, ma non potete decidere chi lo è. E allora così sia, avete perso un concittadino, morto come italiano e vivo come clandestino.

lunedì 29 giugno 2009

Iran: la terra di mezzo


Le strade di Teheran sono oggi completamente inondate da persone e suoni, le manifestazioni di dissenso si moltiplicano di ora in ora, e con esse le grida della protesta e della repressione. Ma oggi l'Iran non è soltanto un paese sull'orlo di una guerra civile, ma una sorta di ombelico del mondo, una sorta di metafora di uno scontro molto più vasto, una terra di mezzo insomma. La questione iraniana non si esaurisce nella divisione tra i sostenitori di Ahmadinejad da una parte e quelli di Moussavi dall'altra. La frase che più aiuta a comprendere il valore della terra iraniana oggi, è stata pronunciata dal presidente americano Obama in un suo discorso di qualche giorno fa: tutti gli occhi del mondo sono sull'Iran. Tutti osservano quel che accade nelle vie iraniane perchè tutti sono interessati ad un epilogo piuttosto che ad un altro. L'Iran è oggi il terreno nel quale si celebra uno scontro fortissimo: da una parte la logica del conflitto e dell'identità religiosa basata su un senso di appartenenza e rivalsa storica verso i governi anglosassoni. Dall'altra la voglia di pace, collaborazione e dialogo con i nemici di sempre.

In Occidente spesso si sopravvaluta la figura di Ahmadinejad, in molti credono sia una specie di diavolo negazionista con l'intento di donare la bomba atomica al regime. In realtà Ahmadinejad non è molto di più che una maschera della Guida Suprema di Khamenei e del Consiglio dei Saggi. Sono loro che effettivamente gestiscono il potere e il più delle volte imboccano i ragionamenti del leader iraniano. La rivoluzione del 1979 di Khomeini abbattè la monarchia persiana dello Scià con l'aiuto dei mujaiheddin islamici e dei fedayyin (volontari del popolo di ispirazione marxista), ma pian piano furono i religiosi ad assumere il controllo della lotta contro l'autarchia del monarca, riuscendo così a imporre la nascita della Repubblica Islamica. Per quanto la costituzione stabilisse la creazione di due poteri separati, ovvero quello politico del Presidente della Repubblica e del parlamento e quello religioso della Guida Suprema, è a quest'ultima che di fatto facevano capo i veri poteri gestionali. Questo quadro è fondamentale per capire come le tensioni interne iraniane non siano il frutto dell'amministrazione di Ahmadinejad, ma il prodotto di venti anni di oppressione religiosa. Il controllo della Guida Suprema non si esercita soltanto nell'adozione per legge dei precetti islamici, ma anche nel vietare addirittura le candidature di esponenti troppo distanti dall'Islam nelle elezioni presidenziali, e quindi nella possibilità di una censura preventiva da parte di Khamenei. E' questo il senso degli scontri che di ora in ora fanno precipitare la Repubblica sciita nel caos. Ahmadinejad sostiene che dietro le rivolte di questi giorni ci sia la lunga mano americana e inglese. E' plausibile che i governi di Washington e Londra facciano il possibile per destabilizzare il regime e dargli quella spallata che di fatto cambierebbe le carte in tavola nelle relazioni mondiali, ma questo non significa che le proteste vengano portate dall'estero a Teheran. Gli iraniani soffrono una limitazione delle proprie libertà ormai da tempo, e probabilmente hanno capito che mostrare tutta la loro rabbia per il regime in un contesto storico politico ove, ritornando alla frase di Obama, tutto il mondo guarda in quella direzione, avrebbe dato loro maggiore possibilità di riuscita. E' difficile prevedere come finirà la rivolta ora in corso nelle strade nel breve periodo, ma si può pronosticare che nel lungo, se il regime manterrà la logica della repressione, la sua vita non sarà duratura. E' improbabile infatti che le vicende di questi giorni si sgonfino cosi' tanto da ricollocare il paese in uno status di sonno apparente. Certo è nello stesso modo complicato credere che il regime abbia poche opportunità di sopravvivere una volta riaperta la libertà di stampa, di associazione e di espressione, ma è vero che se l'obbiettivo della Guida Suprema è conservare un ruolo centrale nella politica iraniana negli anni futuri, non potrà resistere ancora per molto se non passando per una sconfitta. Nonostante i principali leader internazionali si celino nei telegiornali nazionali e non dietro parole di imparzialità o al massimo di condanna delle violenze del governo iraniano, è evidente che una caduta del regime aprirebbe una nuova fase storica nella quale sarebbe possibile dare una nuova svolta alla stabilizzazione dei territori mediorientali. Semplicemente non avendo Teheran come nemico, molte cose potrebbero cambiare in Pakistan, Afghanistan, Irak, Libano, Siria, Palestina e altri paesi. Questo i leader occidentali lo sanno bene, e nonostante abbiano avuto delle timide aperture anche dal governo di Ahmadinejad, lo cambierebbero volentieri con un altro interlocutore. Le timide condanne che arrivano in questi giorni da Stati Uniti e Europa non sono soltanto il frutto del nuovo corso dell'era Obama, ma anche la timidezza determinata dal parteggiare troppo per una rivolta che forse verrà sconfitta e che seguita con troppa partecipazione rischierebbe di bruciare i passi in avanti fatti fino ad ora con il governo iraniano. L'ago della bilancia rimangono quindi quelle strade, è li che si ripone la speranza di sbrogliare la matassa e dar vita a un nuovo corso se possibile, o ricominciare da dove ci si era lasciati.


BCE: moneta senza frontiere


Continua all'interno dell'Unione Europea l'annoso dibattito alla ricerca di un'identità e di un progetto politico comune. Dalla sua costituzione in poi, tra tentennamenti, battute d'arresto e buone notizie, il percorso sembra ancora piuttosto lungo e tortuoso. Nel pieno della odierna crisi economica, uno degli organismi di cui i paesi membri si sono dotati diviene ancora più importante: la Banca Centrale Europea (BCE). Spesso al centro delle cronache, la BCE nasce il 1 giugno del 1998, ha sede a Francoforte, e emette circa l'8% della moneta europea complessiva. Agisce prevalentemente sui 15 paesi che fanno parte della politica economica europea, ma può altresì effettuare investimenti o prestiti in paesi non membri. Presieduta dal 1998 al 2003 da Wim Duisenberg, è ora amministrata dall'economista francese Jean-Claude Trichet. Il principale obbiettivo della Banca Centrale è il controllo del livello dei prezzi e dell'inflazione attraverso tre fondamentali strumenti: le operazioni in mercato aperto, la gestione della liquidità, e la possibilità di modificare il coeficente delle riserve delle banche nazionali che la compongono. Il finanziamento dell'organizzazione avviene infatti mediante i versamenti delle banche nazionali che ne fanno parte, e il loro volume è a sua volta determinato dal rapporto del paese con il Pil e con la popolazione comunitaria. Per quanto dipendente dal parlamento europeo, la BCE può vantare una certa indipendenza dalla politica, e dirsi dedita al raggiungimento di obbiettivi puramente economici. Particolarmente attenta al controllo del livello dei prezzi, la Banca Centrale mostra scarso interesse nei confronti di questioni come il livello disoccupazionale, o la qualità della vita della popolazione europea. La sua indipendenza, in un contesto nel quale la realizzazione di un progetto politico comune sembra ancora un miraggio, oltre a mettere in evidenza un progressivo distaccamento tra le esigenze della BCE e quelle dei cittadini europei, evidenzia una scelta ben precisa da parte dei membri dell'Unione: separare politica e economia lasciando carta bianca a quest'ultima. La BCE e la sua indipendenza, evidenziano come gli stati europei si concepiscano tutt'ora come un aggregato economico e non come un complesso prodotto politico. Scindere la politica dall'economia, e considerare la potenza dei numeri sempre e comunque superiore a quella delle parole, significa non credere realmente nel progetto europeo, e concepire invece l'unione del vecchio continente più come un mercato economico privilegiato nel quale tutelare se stessi, che una nuova sfida politica globale in grado di stabilire un nuovo ordine mondiale. La U.E., dalla sua costituzione in avanti, non ha mai messo in discussione un modello economico diverso dal liberismo, ed è per questo che venne considerata una scelta saggia garantire l'indipendenza della Banca Centrale. Fatte alcune rare eccezioni, nessuna delle forze politiche remava verso un ripensamento radicale dell'economia, e sembrava quindi superfluo creare un ponte tra quattrini e idee. Ora che invece il liberismo mostra anche ai più ortodossi i suoi limiti, sono in molti a scagliarsi contro il non vedo- non sento- non parlo della Banca Centrale. In attesa di capire quanto e se la politica statunitense sta cambiando, l'Unione Europea ha la necessità di mostrarsi duttile all'adozione di nuove vie, capace cioè, di lasciare le sue vecchie “certezze” per farsi coinvolgere in progetti radicalmente innovativi, e che magari reintroducano il concetto di etica in quello di economia. E' questa, probabilmente, la strada che garantirebbe a tutti un futuro più roseo, quella del riumanizzare il disumanizzato. Ovviamente non si può pretendere che nel giro di pochi mesi queste trasformazioni siano fulminee, ma sarebbe bene cominciare a far scricchiolare i vecchi fortini, e sarebbe bene che anche la Banca Centrale Europea cominciasse a farlo, magari ascoltando le voci fino ad ora oscurate dal ticchettio delle calcolatrici.

India. dal socialismo al liberismo di destra

Il declino dell’età nehruviana che ha visto la famiglia del primo presidente dell'india indipendente, Jawaharlal Nehru, governare il subcontinente indiano dal 1947 al 1989, è coinciso con un altro grande evento globale: la caduta del muro di Berlino. Da quel momento in poi si è assistito, in India come in molte parti del globo, all'affermarsi delle politiche neoliberiste vincitrici sul “socialismo reale”. L’economia affermatasi nel subcontinente indiano è ormai caratterizzata da una intensa presenza privata, e l’induismo politico non è più un semplice carattere distintivo della società come in passato, ma un vero e proprio progetto volto ad unificarne i membri e discriminarne gli esterni. Il sistema politico indiano non consente più, come prima del 1996, di governare in funzione di partito dominante; servono le alleanze programmate per sconfiggere i propri avversari. I partiti minori hanno acquisito nel tempo un peso sempre maggiore e favorito la crescita esponenziale di due tipologie di partiti: quelli a dimensione locale, e quelli rappresentanti gli interessi castali. Questa tendenza può considerarsi come una delle tipiche conseguenze del processo della globalizzazione. In un quadro tanto complesso quanto confuso, si tende a privilegiare quei partiti portatori di interessi specifici e non gli enormi calderoni burocratici. Nelle ultime consultazioni elettorali di qualche mese fa sia il partito storico del Mahatma Gandhi, il Congresso, che il partito fondamentalista induista, il Bjp, hanno perso numerosi consensi a scapito di partiti molto più piccoli, specialmente verso quelli di sinistra. L'elettorato, spesso depoliticizzato nel senso classico delle contrapposizioni ideologiche, tenta quanto più possibile di salvaguardare o migliorare la propria posizione attraverso l’elezione di rappresentanti della stessa categoria sociale. Espressione di questa particolare tendenza è stata altresì la formazione di un partito portatore degli interessi dei fuoricasta, gli intoccabili, che oggi possono vantare addirittura la presidenza della camera bassa (la Lok Sahba) con la prima donna nella storia del subcontinente ad assumere questo incarico, Meira Kumar . Questo tipo di sviluppi ha portato essenzialmente a tre conseguenze: il moltiplicarsi del numero dei governi e la loro instabilità, l’eterogeneità delle maggioranze, composte da differenti gruppi di interessi, e l’ascesa dei partiti regionali, che hanno acquisito un peso considerevole per la vita dei governi stessi. A partire dalle elezioni del 1996 in poi, le coalizioni di governo non sono più monocolore come in passato, ma rispettano tutte e tre le caratteristiche precedentemente citate. L’evoluzione partitica peggiore dall'indipendenza ad oggi è certamente quella del Congresso ,che un settimanale inglese ha definito come “un insieme di ladri e adulatori”. Con la morte dello storico leader Nehru, si è verificato nel partito un graduale processo di svuotamento ideologico, conclusosi definitivamente con il definitivo tramonto dell’età nehruviana e la morte di suo nipote Rajiv. Il prestigio delle famiglie di appartenenza, in India come in Birmania ed altri paesi, è un vero e proprio lasciapassare politico. Se la tradizione parentelare è solida, un personaggio sconosciuto potrà essere candidato alle più alte cariche dello stato E' questa l'origine della candidatura di Sonia Gandhi, che tuttavia nemmeno alle ultime elezioni si è mostrata particolarmente entusiasta di guidare il paese, e ha lasciato come in passato l'incarico a Manmohan Singh. In un quadro politico divenuto più instabile, i governi che si sono susseguiti negli anni si sono sempre più distanziati dal modello socialista che Nehru aveva tanto auspicato, e hanno di fatto reso manifesto quel che globalmente stava avvenendo con la caduta del muro di Berlino: la resa del socialismo a favore del modello liberista. L'anomalia del sistema politico indiano è che per quanto sia stata diffusa in tutto il mondo la tentazione dei partiti di sinistra di essere conniventi con il galoppante nuovo modello economico, in India questi sono divenuti tra i suoi sostenitori più entusiasti. Negli anni cruciali per il definitivo seppellimento del socialismo reale di Nehru, tutti gli attori politici indiani sembrano sposare la nuova dottrina, anche il leader dei comunisti bengalesi Joyty Basu si è speso in giro per il mondo per convincere i grandi imprenditori ad investire nel subcontinente. Non vi sono dubbi sui risultati di questo nuovo approccio: il pil indiano cresce del 6-7% annuo e il settore informatico è divenuto un faro mondiale, ma qui si parla di economia, se si parlasse di qualità della vita i dati sarebbero ben diversi. Ancora oggi, come allora, sembra non vi siano molti giovamenti per quel 33% della popolazione che, a dire anche delle statistiche ufficiali, non raggiunge il livello minimo economico sufficiente a prevenire la denutrizione. La discrepanza sociale che Nehru voleva assolutamente debellare è ancora in atto. Le politiche adottate sono si in grado di far progredire economicamente l’intero subcontinente ma sono capaci di garantire maggiore equità e giustizia sociale? La logica del profitto è universale e pertanto valida in India come in tutte le altri parti del mondo, ma la situazione indiana è davvero paradossale poiché se la sua economia, nonostante l'odierna crisi economica, continua ad essere ad alto sviluppo, lo stesso non può dirsi del suo livello di benessere collettivo. E’ forse in India più di tutti che si pone la domanda più importante del presente, E’ questo che può realmente definirsi sviluppo?
Le elezioni di qualche mese fa, pur vedendo riconfermata l'alleanza di governo capeggiata da Manmohan Singh, ha visto un significativo passo in avanti dei partiti di sinistra che più di tutti in questi anni hanno premuto verso la critica al governo sui temi sociali. Evidentemente, per quanto assolutamente ancora stabile come modello, il liberismo indiano comincia a subire dei leggeri colpi dal basso. Le fasce più deboli della popolazione sembrano risvegliarsi dal mito del “sogno americano” e rendersi conto che nonostante i numeri descrivano un paese in continua ascesa, la propria condizione è terribilmente stabile se non peggiore.
La mancata reazione a politiche privatistiche così invasive rientra anche nella collocazione che queste hanno assunto in un vero e proprio faro della civiltà del subcontinente, ovvero nel funzionamento delle caste. Queste, assolutamente uniche nel pianeta, vivono di una gerarchia verticale inclusiva, ovvero che per quanto profondamente ineguale tende a includere tutti ii membri in un contesto collettivo basato sulla necessità reciproca. La logica di una superiorità castale per nascita quindi, ben si è sposata con una certa accettazione dello status della povertà. Tuttavia, con passaggi come quello dell'elezione come presidente della camera bassa di Meira Kumar, è facile prevedere che le categorie meno abbienti comincino a porsi sempre più il dubbio che la loro condizione non sia del tutto scritta, e pertanto nemmeno legittima. Questa consapevolezza, qualora divenisse effettiva, getterebbe il paese nel caos. Solo una politica attenta, non solo al dare segnali, ma anche a decifrare quelli in atto, potrà evitare che crescano tensioni pericolose, e rispondere alla richiesta di uguaglianza che arriva da numerose fasce della società. Il paese che divenne la semina di un nuovo e rivoluzionario pensiero quale il gandhismo, è oggi nella condizione di dover scegliere se risolvere definitivamente le sue discrepanze sociali prima che esplodano, o se continuare ad ignorarle e pensare invece ad un accumulo complessivo senza badare alla sua distribuzione territoriale. I modelli, per quanto economicamente efficaci, non potranno mai perdurare nel tempo se non riconosciuti come i più giusti per la comunità., specialmente in un quadro globale ove le tensioni tra gruppi differenti (sia per religione che per differenti status economici) sono in continuo crescendo. L'India dovrà farsi portatrice di un nuovo messaggio. Dovrà dimostrare che è possibile congiungere la crescita economica con il crescere della qualità della vita. Dovrà divenire cioè, come già avvenne in passato, la guida di una “terza posizione” che badi ai valori economici senza dimenticare che, se pur timidamente, se pur silenziosamente, dietro di essi ci sono delle persone.

domenica 3 maggio 2009

Veline e politica

Veline si, veline no. E' questo il fulcro del dibattito politico italiano delle due ultime settimane. Berlusconi annuncia l'intenzione di mandare al parlamento europeo le soubrette, non perchè sono volti conosciuti e in grado di attirare i voti di un pubblico italiano sostanzialmente mediocre, ma perchè si tratta di donne super laureate e con dei curriculum ad hoc. Ovviamente l'opposizione del partito democratico, tipicamente trasparente, ha dovuto, alla fine della giostra, attaccarsi alle parole della moglie del premier, Veronica Lario, che definisce la scelta del marito "ciarpame della politica", e oggi ne chiede la separazione. Infatti, la Lario, tipicamente distaccata dalla politica, ha comunque spesso evidenziato di soffrire le scelte del marito, spesso giudicate di malcostume politico. E' lei a spiegare con maggiore profondità il nocciolo della questione. Il fatto che le veline possano essere donne intelligenti, non cambia il lato sostanziale della vicenda. Negli ultimi anni, soprattutto in Italia, si è andati progressivamente verso una continua spettacolarizzazione della politica e dell'informazione. La coscienza nazionale si è sempre più spostata verso i fenomeni spettacolari che verso quelli sostanziali. E' così che son divenuti famosi casi come : il delitto Garlasco, il bambino di Cogne e il piccolo Tommaso, spettacolarizzando la realtà fino a trasformarla completamente. Ed è così che si è arrivati a portare la televisione in politica e ad occupare un posto ancora più basso nei paesi aventi una stampa libera (dati del corriere della sera). Oggi, come spesso ricorda Marco Travaglio, non conta più quel che veramente è successo, ma solo il modo in cui alcuni hanno deciso di raccontarlo. La straordinaria solidarietà nazinale nei confronti dei cittadini abruzzesi ha colpito in positivo certo, ma dovremmo chiederci: se i media non avessero trattato la vicenda con il chiaro intento di far piangere i propri utenti, sarebbe stato lo stesso? Se non ci avessero mostrato le donne in cerca dei propri figli sarebbe stato uguale? Se ci avessero fatto vedere solo le macerie, avremmo tutti chiesto di aiutare quella gente? E se si, perchè questo bellissimo senso di solidarietà non ha coinvolto quelle trecento persone che ondeggiavano tra la vita e la morte nel tratto di mare tra l'Italia e Malta?, siamo forse un paese razzista?. Perchè i media hanno parlato in tv degli attacchi di Vasco Rossi al presidente del consiglio, e non hanno invece riferito che il cantante ha detto al proprio pubblico di diffidare dei telegiornali e dei giornali?
La conoscenza del mondo non può essere delegata, appartiene a se stessi, è l'unica arma che si ha per capire e difendersi. Per quanto sia difficile, non credere cecamente a quel che spesso viene raccontato vuol dire credere in se stessi e nelle proprie capacità di analisi, ed è molto più importante.
Non siamo solo corpi, ma esseri liberi di volare

giovedì 2 aprile 2009

Londra, G 20: esplode la rabbia

Aria pesante, tensione, urla, gente compressa nella massa che grida contro chi ritiene gli abbia tolto tutto: lavoro, denaro, dignità. Passamontagna neri che con pietre e mazze sfondano le vetrine delle principali banche della City, polizziotti che scappano accerchiati dai manifestanti e manifestanti che scappano inseguiti dai poliziotti. Mani e manganelli ballano insieme nel macabro balletto della violenza. La tipica pioggerellina che da sempre contraddistingue la capitale inglese è sempre li in agguato, ma la città che si è svegliata oggi è diversa dal solito, suo malgrado specchio di un mondo in crisi. Migliaia di persone occupano threadneedle street e sfogano la loro impotenza, urlano il loro rancore, contro i colletti bianchi, che con i loro soldi hanno speculato, contro le guerre in Irak e in Afghanistan, che hanno reso il mondo solo un pò più ingiusto di quanto gia non fosse, contro il nero delle industrie che seppellisce il verde della natura, contro il capitalismo sfrenato senza umanità, contro quei venti capi di stato che parlano di problemi che non vivono e non capiscono, che non attanagliano la loro vita, e che in fondo sono solo numeri da impilare nuovamente. Troppo ardore e troppa rabbia da controllare in uno spazio così infinitamente piccolo, troppo difficile contenere; e la rabbia esplode. Si ritrae nel rossore dei visi, nel rigonfiamento delle vene. Coinvolge centinaia di persone, giovani dalle diverse idee e provenienze politiche: anarchici, comunisti, anticapitalisti, ambientalisti, no-global, tutti uniti contro, contro un mondo che non vogliono e non hanno mai voluto. Oggi la bandiera della piazza non ha colore, abbandona il per, e si lascia andare al contro, alla violenza. 88 arresti fino ad ora, e nella notte la polizia entra in alcune case occupate dai così detti "squotters" per arrestare presunti responsabili della giornata di guerriglia urbana; ma Scotland Yard annuncia: domani sarà come oggi. Non serve essere un funzionario delle forze dell'ordine per prevederlo e nemmeno avere una palla di vetro, basta respirare insieme agli altri la stessa aria per capire che non potrà che essere così, che la tensione sarà più fitta delle consuete nuvole, che un'altra giornata nera sta per avvicinarsi. A peggiorare le cose arriva anche un morto, un ragazzo di trent'anni trovato accasciato in un vicolo. La polizia dice finito così per un arresto cardiaco, i manifestanti perchè pestato a sangue dai colpi dei manganelli. E intanto li nel palazzo si discute, Sarkozy e la Merkel compongono ancora una volta l'Asse franco-tedesco e chiedono regole economiche trasparenti, che i paesi che ospitano i paradisi fiscali vengano sanzionati e segnalati in una lista nera. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti resistono, è troppo e troppo veloce. Ma bisogna far presto, si rischia molto in questa partita, forse l'equilibrio dello stesso ordine mondiale dice dalle colonne del Guardian il segretario genrale delle Nazioni Unite Ban-Ki-moon. E intanto la gente li fuori aspetta, e spera per se stessa e per i propri figli di potersi fermare.

domenica 29 marzo 2009

L'Onda scende in piazza e travolge Alemanno

Migliaia di studenti dell'ateneo romano La Sapienza hanno percorso le strade che vanno dalla città universitaria al centro di Roma uniti contro il protocollo approvato dalla giunta Alemanno e contro le politiche della maggioranza in tema di istruzione. Alla vigilia della manifestazione studentesca, che si è poi unita a quella dei sindacati di base a piazza della Repubblica, si temeva potessero verificarsi fatti simili a quelli già accaduti proprio nella stessa università qualche giono prima, quando studenti e poliziotti si erano fronteggiati in piccole scaramucce durate però circa due ore e che avevano poi riportato diversi feriti. In questa occasione invece, la polizia, in accordo col primo cittadino romano, ha deciso di non bloccare i manifestanti ed i loro corteo non autorizzato, e di evitare così nuovi incidenti. L'atmosfera del corteo, inizialmente tesa nel timore di vedere comparire i cordoni delle forze dell'ordine da un mometo all'altro, è poi divenuta sempre più distesa e festosa. Sulle note di Rino Gaetano e del Piotta, non sono però mancati duri attacchi ai ministri Gelmini, Brunetta e Tremonti, e soprattutto verso il prossimo vertice economico dei 14 ministri del lavoro dei paesi industrializzati che si terra proprio a Roma dal 29 al 31 marzo.

Nel corso del corteo, alcune banche, tra le quali la San Paolo e la Unipol, sono state prese di mira dal lancio di uova, vernice e oggetti che ne hanno danneggiato le sedi lungo tutte le strade del centro: "come in Grecia e come in Francia", sostenevano gridando dal camioncino i leaderes del movimento che imputano proprio ai banchieri il fallimento del sistema economico e chiedono siano loro a pagarne il prezzo. Anche la sede di corso vittorio del ministero della funzione pubblica è divenuta da parte del corteo bersaglio di nemerose paia di scarpe, come nei giorni precedenti gli studenti avevano più volte annunciato.
I manifestanti hanno più volte dichiarato di "aver fatto carta straccia del protocollo Alemanno", e di non avere paura delle cariche della polizia. Nonostante il corteo non fosse autorizzato e violasse le disposizioni del protocollo sulla regolamentazione cittadina delle manifestazioni della giunta comunale, le forze dell'ordine hanno deciso di non intervenire e lasciare chegli studenti valicassero zone vietate dalla normativa.
L'obbiettivo dichiarato da parte degli studenti era quello di mettere in crisi il protocollo e di costringere il sindaco: o a caricare e disperdere gli studenti, o a rinunciare almeno per una giornata alla normaiva sugli scioperi. Il campidoglio ha poi dichiarato di aver autorizzato tutte le manifestazioni della giornata, ma mettendo in evidenza un certo imbarazzo per essersi sentito obbligato a farlo nel timore di non poter controllare la situazione.

venerdì 27 marzo 2009

Liberi di scegliere? Il Vaticano dice no e la politica gli stringe la mano

L'asse trasversale che partendo dal Vaticano attraversa molti dei partiti in parlamento decide per tutti. Se i pazienti non potranno scegliere se interrompere attraverso il testamento biologico la terapia di alimentazione artificiale, i medici, dal canto loro, non solo potranno denunciare i clandestini, ma da oggi anche appellarsi al proprio senso morale per non ottemperare alle richieste dei loro pazienti. E' questo il risultato di quella che, subito dopo la morte di Eluana Englaro, sembrava potesse divenire una battaglia politica costruttiva. La maggioranza, seppur frastornata da alcuni insospettabili distinguo, strizza l'occhio all' U.D.C. del cattolicissimo e divorziato Casini. L'opposizione invece, specialmente con l Italia dei Valori e con i partiti della sinistra extraparlamentare, non ci sta, e non solo annuncia un ricorso alla consulta perchè ritiene la normativa anticostituzionale poichè lesiva della libertà di autodeterminazione sancita dalla Carta, ma annuncia che qualora il provvedimento dovesse divenire legge e passare anche alla camera, comincerà immediatamente la raccolta delle firme per un referendum abrogativo.
Nella Repubblica dei "me ne frego", lo Stato italiano non si accontenta più di dire ai suoi cittadini come vivere la propria vita, ma decide anche in che casi è possibile porle fine. Se il dolore fisico dovesse superare lo spirito di sopravvivenza e far passare la voglia di vivere in quelle condizioni o il corpo trasformarsi in una prigionia in grado di protrarsi all'infinito, bisognerà stringere i denti e soffrire ancora un pò. Per alcuni è questo un fattore essenziale per guadagnarsi il paradiso. Paradossalmente c'è ancora chi ha la faccia tosta di andare in giro a dire che il nostro è un paese laico dove la religione fà parte della sfera personale degli individui, non come nelle teocrazie islamiche piene di dogmi. Anche se più laici di paesi nei quali la religione annulla gli individui, non sono ammessi passi indietro, specie se rischiano di divenire nuove crociate in grado di riportare indietro le lancette della storia e di debellare tutte le conquiste di libertà fino ad ora ottenute.
Da qualunque patre venga un'imposizione, guelfi o ghibellini che siano, non può essere tollerata nessuna decisione che neghi all'individuo di scegliere il suo ultimo atto. Una buona legge è una legge che tiene dentro di se le opinioni di tutti, non quelle di alcuni che con sufficenza le impongono ad altri. E' importante sottolineare che il polverone non nasce dal tentativo di sminuire la fede e le ragioni dei credenti, ma dall'arroganza di pensare che uomini che vivano seguendo la parola di Dio possano decidere anche per chi ha valori e opinioni diverse. La popolazione italiana ha già mostrato con una fortissnima partecipazine nel caso di Eluana Englaro di non gradire scelte che limitino la libertà dei singoli, e probabilmente lo dimostrerà ancora una volta qualora le venisse data parola; sempre che, ben inteso, almeno per una volta la politica riesca ad uscire dai palazzi e tornare per le strade.

mercoledì 25 marzo 2009

La Nord Corea arresta due giornaliste coreane-americane

Le guardie della sicurezza nazionale della Corea del nord avrebbero arrestato due giornaliste coreane-americane che stavano effettuando delle riprese sulla sponda cinese del fiume Tumen. E' la tv sudcoreana Ytn a dare la notizia citando le parole di un funzionario del governo sudcoreano, che avrebbe poi aggiunto che le due donne sarebbero state arrestate per non aver obbedito all'ordine delle autorità nordcoreane di fermare immediatamente le riprese nella zona. L'emittente sudcoreana riferisce inoltre che le reporter lavorerebbero per una testata giornalistica on line della California e che sarebbero ora detenute nei pressi del fiume giallo Al momento non ci sono conferme ufficiali da parte del governo di Seoul.
I rapporti tra Stati Uniti e Corea del Nord nel corso degli ultimi anni hanno visto un progressivo deterioramento, soprattutto in relazione al programma spaziale del governo di Pyeongyang. Gli Usa credono che le operazioni nascondano in realtà un progetto di natura bellica, e consisterebbero nel lancio nello spazio di un satellite in grado di fornire rotte per i missili nordcoreani Pyeongyang dichiara invece che i propositi sono assolutamente pacifici e che il lancio del satellite è finalizzato solo ad una maggiore copertura spaziale. Nella difficile situazione dei rapporti tra Stati Uniti e Corea del Nord si inserisce la continua insofferenza del governo di Seoul, particolarmente preoccupato per la nomina da parte del presidente nordcoreano Kim Jong-Il del generale O-Kuk Ryol alla vicepresidenza della commissione nazionale della difesa, considerato dal governo sudcoreano un “falco” viste le sue continue dichiarazioni a Radio Pyeongyang di possibili attacchi alla Corea del sud per riunificare il popolo coreano.
Anche l'amministrazione americana, attraverso il segretario di stato Hilary Clinton si dice preoccupata dalla possibilità di un nuovo conflitto tra le due coree, e definisce il dialogo impossibile finchè il governo di Kim Jong Il non metterà da parte le sue continue dichiarazioni di guerra e porrà fine al progetto spaziale. In realtà i rapporti tra Washington e Pyeogyang avevano vissuto periodi di maggiore distensione nell'anno passato, quando l'amministrazione americana aveva rimosso la Corea del Nord dalla lista nera dei paesi reputati sostenitori del terrorismo internazionale, ed in cambio aveva ottenuto che quest'ultima aprisse i suoi siti nucleari alle visite degli osservatori internazionali. Ora però il governo nordcoreano sembra assolutamente intenzionato a portare avanti il suo progetto spaziale senza accettare nessuna interferenza da parte degli Stati Uniti, e a anzi deciso di rifiutare le 169.000 tonnellate di approvvigionamenti alimentari che proprio dagli Usa arrivano.

mercoledì 18 marzo 2009

Alemanno dice protocollo, la polizia fa si con la testa

Alla prima occasione utile la polizia romana ha mostrato di gradire la rigidità del protocollo sugli scioperi recentemente siglato dalla giunta Alemanno. Stamane qualche centinaio di studenti dell'Università capitolina “La Sapienza”, in appoggio allo sciopero nazionale indetto dalla CIGL contro i tagli all'istruzione a Piazza Santi Apostoli e che ha riguardato 100 piazze italiane e riscontrato l'adesione del 25% dei dipendenti del mondo scolastico, ha provato ad uscire in corteo dalla città universitaria per raggiungere il raduno del sindacato, scontrandosi con gli sbarramenti delle forze dell'ordine, e reagendo con il lancio di bottiglie e scarpe. “Volevamo lanciarle sotto al ministero dell'economia come in Francia” racconta uno di loro. “Non potevano uscire in virtù del protocollo sulle manifestazioni approvato recentemente” dicono invece i funzionari di polizia. Questa sarebbe la motivazione all'origine delle cariche a danno degli studenti e dei blocchi della polizia intorno a tutta l'università. Il protocollo d'intesa prevede che siano sei gli itinerari romani (Piazza della Repubblica, Piazza di Porta San Giovanni, Piazza del Popolo, Piazzale dei Partigiani, Piazza Bocca della Verità e in casi particolari Circo Massimo) ove è possibile, dopo aver inoltrato una regolare richiesta, esprimere il proprio dissenso. Il sindaco Alemanno, appena avuta notizia degli incidenti, ha ribadito che “il protocollo sugli scioperi va rispettato” e che “ bisogna evitare altri episodi di violenza politica nelle università”. Il riferimento è chiaramente quello ai fatti accaduti due giorni fa nell'ateneo di Roma tre, dove sembra alcuni studenti di Azione Giovani (militanti universitari di Alleanza Nazionale) abbiano aggredito con spranghe e bastoni dei militanti dei Collettivi Studenteschi dopo un'accesa discussione su un convegno da svolgersi il giorno seguente, e dedicato a Gabriele Sandri, tifoso laziale ucciso da un agente di polizia l'11 novembre del 2007 in un autogrill.
In realtà, con la contrapposizione ideologica tra “rossi” e “neri”, i fatti di oggi sembrano proprio non centrare. La domanda che apparentemente emerge da questa giornata di tensione, è se sia giusto o no limitare la libertà di manifestare il proprio dissenso (sancito dalla costituzione) per favorire coloro che devono prendere il tram o via cavour per andare a lavorare; come se il diritto di prendere la macchina sia superiore a quello di chiedere maggiori fondi per l'istruzione o reclamare un salario che consenta alle fasce più deboli di sopravvivere nel pieno della crisi economica come nel caso dei lavoratori di Pomigliano, duramente caricati dalle forze dell'ordine nel tentativo di bloccare l'autostrada.
Questa è la linea di discussione che intorno all'approvazione del protocollo i media hanno condotto. Si continua ad evitare invece l'analisi del perchè in Italia continuino a verificarsi moltissime manifestazioni di dissenso, cercando, in alternativa, di arginare i danni collaterali da esse provocate. I lavoratori o gli studenti in sciopero, non sono più persone che reclamano diritti, ma ostacoli al flusso circolatorio, né più né meno di un camion parcheggiato in doppia fila. Sono lontani gli anni nei quali, seppur aspramente, il dibattito politico coinvolgeva ed interrogava tutta la società. Dove la politica non si faceva solo nei palazzi ma nei bar, nei mercati e nelle strade. E' qui che divengono fluorescenti i limiti di una Repubblica immatura che, invece di ascoltare le migliaia di persone che la popolano e la rendono viva, pensa a metterle, accuratamente e silenziosamente, in fila due per volta.

martedì 17 marzo 2009

La democrazia si ferma a Genova

Bolzaneto: si accerta almeno in uno dei casi esaminati la violazione dei diritti fondamentali. 30 assoluzioni e 15 condanne.
Castelli: smontato il teorema,, D’alema: fatti incredibili

“E’ mancato il coraggio”, questa l’ accusa dei pubblici ministeri al tribunale di Genova. Un uomo paga per tutti. Biagio Antonio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, è l’unico degli imputati ad aver avuto, tra le accuse, l’aggravante della “violazione dei diritti fondamentali”. Secondo la procura, che condanna l’uomo a 5 anni di carcere, il sotto-ufficiale non avrebbe fatto nulla per porre fine alle torture subite dai manifestanti all’interno della caserma di Bolzaneto.

Gli inquirenti Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati prendono atto delle 30 assoluzioni e delle 15 condanne che, per effetto del recente indulto, non prevederanno nemmeno un giorno di reclusione dei 24 anni complessivi disposti. Infatti dal prossimo anno i reati saranno tutti prescritti anche qualora i pubblici ministeri facessero appello, cosa che, dicono: “ faremo lo stesso per coerenza, consci di aver fatto un lavoro onesto”. I p.m. contestano sopratutto la decisone della procura ligure di non inserire tra i capi di imputazione l’abuso d’ ufficio, impedendo così di fatto, l’estendersi della “ violazione dei diritti fondamentali” agli altri imputati giudicati colpevoli.

Il dibattito italiano coglie da Genova un nuovo motivo di scontro. Il centro-destra parla con Castelli di “teorema sventato”, mentre il Partito democratico evidenzia “l’accertamento di fatti al limite della comprensione”. Anche la stampa inglese attacca il verdetto. Il Sundey accusa la polizia italiana di fascismo riportando alcune dichiarazioni delle parti lese che raccontano di aver dovuto inneggiare ripetutamente a Mussolini pur di fermare le continue vessazioni, e riproponendo l’ambiguità della presenza dell’attuale presidente della Camera Gianfranco Fini nella stazione dei carabinieri di Genova.

A.R.. un diciannovenne romano, racconta di aver subito sputi, pugni sul torace, e manganellate tra i testicoli. Di aver sentito urlare a delle ragazze “ Vi scoperemo tutte prima di stasera”.

Gli imputati si dicono intanto soddisfatti e “riabilitati”, compresi i condannati. Questa è l’espressione utilizzata da Giacomo Toccafondi. Il medico dai guanti neri e dalla tuta mimetica che in quelle burascose ore visitò i 252 no-global arrestati, e condannato ad un anno e due mesi di reclusione.

Un inferno come quello di Genova, non può essere riconducibile ad un unico uomo, non può avere un solo regista. Oggi più che mai c’era bisogno di una forte risposta delle istituzioni, dove per forza, si intende la capacità delle stesse di riconoscere l’oblio democratico di quella caserma, di mettere i responsabili di tanta violenza fuori dal recinto sancito dalla democrazia. In un momento ove quotidianamente si assiste ad un braccio di ferro tra politica e magistratura, con la prima che mortifica la seconda, dove i fatti dell’immondizia napoletana e le tangenti ai politici abruzzesi offuscano l’immagine delle istituzioni, era necessaria una comune assunzione di responsabilità, che differenziasse la democrazia dal tacito silenzio e dalla sottile approvazione.

Olimpiadi di Pechino: Polemiche, attentati e arresti

Gasparri: disertare la cerimonia inaugurale, arrestati 4 attivisti free-Tibet

Sono movimentate le battute iniziali delle olimpiadi cinesi. Già da molto tempo i governi di molti paesi partecipanti discutevano della necessità di dare, proprio nell’ occasione dei giochi, un segnale rispetto alla questione tibetana ed alla mancata applicazione dei diritti umani sanciti dal trattato di Ginevra in Cina.

Alla vigilia della cerimonia inaugurale, dall’Italia, è Gasparri a rilanciare un’azione politica dimostrativa, chiedendo agli atleti di non parteciparvi. Tuttavia proprio dalla maggioranza arrivano i primi disappunti. Lo stesso ex presidente di Alleanza Nazionale ed attuale presidente della camera, Gianfranco Fini, ha dovuto sconfessare il suo compagno di partito, negando che il boicottaggio rappresenterebbe un modo opportuno per manifestare il dissenso politico in un’occasione come questa. Lo stesso Berlusconi si è visto costretto placare le polemiche distinguendo le pertinenze della politica da quelle dello sport.

Anche gli atleti italiani hanno detto la loro,.Molti hanno rivendicato l’importanza per un atleta di partecipare ad un evento come quello delle olimpiadi, aggiungendo inoltre che inserire lo sport nei vuoti della politica è un errore.

Questa è infatti la linea del C.I.O (comitato italiano olimpico), che col suo presidente Petruccioli, afferma che coinvolgere gli sportivi nelle questioni della politica internazionale è un mal riuscito tentativo di strumentalizzazione.

Anche l’opposizione del partito democratico, con l’ex ministro dello sport Giovanna Meandri, evidenzia le contraddizioni del governo “ prima accompagnano i nostri atleti con una delegazione governativa e poi chiedono loro di non partecipare alla cerimonia di inaugurazione”.

Intanto oggi, 4 attivisti free-Tibet (2 americani e 2 britannici), sono riusciti ad issare degli striscioni di protesta contro la repressione cinese in terra tibetana di pochi mesi fa. La polizia cinese ha il suo bel da fare nell’oscurare ogni forma di dissidenza, sia sul web (vi è una continua operazione di monitoraggio- censura su ciò che viene mostrato in rete), sia nelle piazze. Non vi sono immagini, infatti, degli scontri che secondo alcuni giornalisti presenti sul luogo sarebbero avvenuti in piazza tienamen in una manifestazione contro il regime tra dimostranti e polizia.

Difficile inoltre capire realmente cosa sia successo nell’attentato che ha coinvolto ed ucciso 16 poliziotti cinesi. Il governo ha comunicato, poche ore dopo, di aver arrestato “ 18 agitatori stranieri” che farebbero capo ad un gruppo islamico gia conosciuto per azioni simili. Tuttavia mancano ai giornalisti presenti le possibilità di verificare condizioni e luogo dell’attentato (ancora non accessibile alla stampa). Assenti quindi gli elementi chiave necessari per una fedele ricostruzione dell’accaduto.

L'etica hackers

L’etica dell’hacker trova la sua piena contestualizzazione nel nuovo assetto societario mondiale. In un assetto nel quale la comunicazione e l’informazione sono aspetti fondamentali della quotidianità, ed il possesso di quest’ultime significa esercitare il potere, l’agire degli hacker non si configura come un metodo attraverso il quale guadagnare una posizione di egemonia all’interno delle nuove società tecnologiche, ma come una maniera per evitare che siano altri a farlo. L’intento non è quello di delimitare conoscenze, ma quello di renderle collettive e partecipate. Ovviamente questi propositi si scontrano con le feroci contrapposizioni di chi invece vuole l’informazione sia un bene privato o per lo meno a gestione di una elite controllata. Gli interessi forti che governano le società, tentano tutt’ora di demolire la figura di questi “ribelli tecnologici” e il modo più comune per farlo è dipingerli come dei pirati informatici. Per capire quanto le reali intenzioni degli hacker siano state strumentalmente reinterpretate, basterebbe tradurre la parola stessa che li indica. Il significato letterale del verbo to hack è tagliare, fare a pezzi, ed è evidente che non vi sarebbe nessuna sponda nel definirli dei pirati informatici. Uno dei mentori della filosofia dell’hackeraggio è il finlandese Pekka Himanen. Egli inquadra questi maldestri, ma comunque riusciti tentativi, con la confusione creata tra la figura dell’hacker e quella del cracker. Quest’ultimo è una sorta di vandalo informatico che si pone come principale obbiettivo quello di distruggere. Radicalmente opposto è invece il credo di un hacker. Le sue azioni sono infatti volte all’abbattimento di ogni tipologia di barriera per favorire un libero scambio di informazioni e conoscenze. Nonostante la filosofia degli hacker sia di difficile categorizzazione politica, molti credono che il loro sia un mondo assolutamente anarchico poiché sprovvisto delle tradizionali divisioni gerarchiche. Effettivamente è difficile contestualizzare l’agire politico di un hacker negli schemi politici ideologici sia passati che presenti, ma una cosa può dirsi con certezza, in un mondo ove “sapere è potere” come disse Francis Bacon, coloro che mettono i bastoni tra le ruote ai detentori dell’oligopolio comunicativo sono i principali e più pericolosi sovversivi. La consapevolezza di questi rischi fa si che i governi e le multinazionali informatiche di ogni parte del globo tentino o di reclutarli tra le proprie fila, o debellarli. Il motore principale della filosofia hacker, è la passione. L’idea che la vera conoscenza passi attraverso la condivisone delle scoperte fa si che il loro mondo sia in continua evoluzione, sempre più ricco e difficile da arginare. Uno dei principali obbiettivi che gli hacker stanno attualmente perseguendo è quello del software libero. Stanchi di sentirsi intrappolati dalle maglie commerciali delle multinazionali del settore, sviluppano nuove forme di gestione della macchina che la rendano sempre più duttile ed in grado di rispondere ai propositi di ogni tipologia di utente. La bellezza di un programma sta nella sua capacità di trasformarsi continuamente così da incontrare differenti gusti ed opinioni. Poiché uno dei principali limiti posti alla circolazione ed evoluzione della conoscenza è quello del loro costo, gli hackers si dichiarano apertamente contro ogni licenza che, sotto il benevolo tentativo di tutelare i diritti di autorialità, persegue il celato intento di rallentare il progredire del sapere e renderlo pubblico solo una volta che sia reso innocuo. Con questa motivazione, essi sono i più motivati antagonisti del copyright e i più acerrimi sostenitori di altre tipologie di licenza come le creative commons o il copyleft. Il loro obbiettivo è ottenere che tutti i programmi ed i softwares abbiamo il codice sorgente aperto, in maniera da far si che un qualsiasi utente possa lavorarci e migliorarlo a suo piacimento, per poi renderlo successivamente disponibile all’intera collettività. Un altro degli elementi fondanti della filosofia dell’hackeraggio è quello della decentralizzazione delle informazioni. Infatti se queste sono sotto tutela di pochi e scelti individui che seguono finalità diverse da quelle della collettività, sarà difficile che avvenga una reale crescita della medesima. Pertanto è necessario creare una nuova socialità aggregativa che permetta ai moderni spettatori di divenire attori. E’ per questo che essi si danno numerosi appuntamenti, tal volta clandestini, nei quali potersi scambiare scoperte e conquiste. Apparentemente si può credere che la vita di un hacker sia quasi ascetica, poiché non fa nulla per mostrarsi e tutto per celarsi. Effettivamente è innegabile che la maggioranza del suo tempo si svolga a contatto diretto con il personal computer, e solitamente esclude la presenza di terzi; ma in realtà in questa affermazione ci sono quanto meno due elementi sui quali riflettere e precisare. Gli hackers sono costretti a non comparire poiché se lo facessero comprometterebbero di sicuro l’esito dei loro progetti, data la spietata caccia che subiscono da istituzioni e non; in secondo luogo, nonostante la loro attività si svolga effettivamente dietro una macchina, ciò non vuol dire che non siano parte integrante di una vastissima comunità, seppur radicalmente diversa dalle tradizionali. Il loro obbiettivo è “riprogettare” il modello di vita esistente. Particolarmente interessante è osservare che gli hackers non hanno creato una tipologia mondo esterna a questo, ma progettato una serie di cambiamenti possibili su larga scala. Si sono spesso spesi, e il movimento del software libero ne è una chiara dimostrazione, nel dimostrare che i loro precetti fossero ampiamente applicabili alle società anche oggi vigenti. L’idea che tali idee non potessero consentire un riscontro pratico, è stato un’ulteriore depistaggio messo in atto dai poteri dell’informazione. Decantare l’impossibilità di applicare questi modelli libertari all’universo dell’informazione, consentirà loro infatti, di descriverne i suoi paladini come dei semplici provocatori dal poco spiccato senso della realtà e dall’infinito senso dell’immaginazione. Un altro dei precetti fondamentali dell’hacheraggio è la capacità di “liberare spazi” sia fisici che virtuali. Le nuove tecnologie hanno dato vita a numerose e nuove dimensioni spaziali. Far si che queste non siano a disposizione di pochi e lo siano invece della molteplicità, è una delle mete essenziali della dottrina. Per questo sarà dovere esplicito di un hacker migliorare tutto ciò che è migliorabile. L’etica degli hacker è piuttosto ferrea, ad egli non è consentita la distruzione di un programma, ma solo le azioni volte a migliorarlo. Potrà cancellare i propri dati per annullare la visibilità di un suo passaggio, ma non alterarne altri solo per mero divertimento. Come si evince l’etica hacker è una vera e propria controcultura. Il termine è più che mai appropriato poiché essa non si muove all’interno di culture predefinite, ma ne crea una completamente nuova ed anzi contrapposta, dal dichiarato spirito sovversivo. L’idea di poter aiutare il mondo ad acquisire consapevolezza, è una delle caratteristiche degli hacker di ultima generazione, e patrimonio della prima (le generazioni fino ad ora identificate sono tre). Questo scopo è perseguibile solo sperimentando e liberando l’infinito potenziale creativo umano; saranno questi nuovi attori a rendere le macchine informatiche da meri involucri glaciali a mezzi della nuova conoscenza. La bellezza di un prodotto sarà la metafora delle infinite possibilità umane. Quanto più il risultato sarà affascinante, tanto più crescerà la voglia di investigare e continuare nella via intrapresa. L’uomo dovrà inoltre, non solo acquisire consapevolezza di se, ma incrementare il suo senso di responsabilità non più esclusivamente verso se stesso, ma anche verso i propri simili. Proseguendo su questa logica è piuttosto evidente la necessità di considerare le società come fondate sul concetto di egualitarismo, prive cioè di qualsiasi carattere discriminatorio fondato sul sesso, la razza, la religione, etc. Tutti sono chiamati ad interagire con la macchina e ad integrarla quanto più possibile, e tutti ne possiedono le facoltà. Bisognerà sostituire la ordinaria logica della gerarchia verticale ad una nuova ed orizzontale. Questo però non vorrà dire considerare tutti del medesimo livello e disconoscerne le peculiarità, ma responsabilizzare e incoraggiare l’attivismo. L’etica degli hacker è fortemente meritocratica, essi verranno riconosciuti in base ad i risultati che saranno capaci di ottenere. La fattività è un elemento di primaria importanza poiché il massimo sforzo di tutti permetterà di raggiungere i livelli più alti. Sulla meritocrazia gli hackers fonderanno altresì la fiducia degli uni verso gli altri. Coloro che riusciranno a raggiungere obbiettivi concreti atti a migliorare la capacità di trasmissione, comprensione e diffusione della conoscenza, saranno considerati affidabili dai loro colleghi, e pertanto da coinvolgere in obbiettivi di livello ancor più elevato.
E’ difficile che una persona divenga “casualmente” un hacker, per quanto ovviamente ciò non significhi che essi appartengano a categorie standardizzabili e sempre uguali, si distinguono comunque per una accentuata passione e senso di collettività. L’esempio forse più calzante di queste affermazioni è nel rinomato Luther Blisset. L’autore di Q e di Marituana è in realtà un acronimo di una azione controculturale che si serve della guerriglia psicologica per sabotare il controllo che il potere esercita sui media. Chiunque può appropriarsi liberamente di questo nome multiplo, tutti gli attivisti si chiamano Luther e questo rende possibile la loro identificazione: si cancella l’identità anagrafica con l’intento di perdere quella di in-dividui per divenire con-individui. Questo movimento, oltre ad essere ideale per esprimere il concetto di multiproprietà, è in grado di ottenere un risultato immediatamente tangibile, ovvero quello di mettere fortemente in crisi il meccanismo del copyright e dei diritti d’autore. L’utilizzare il medesimo nome per indicare un numero significativo di individui da inoltre l’opportunità di evidenziare un’altra delle caratteristiche dell’etica hacker, ovvero quella che Bey chiama “nomadismo psichico”. Questo rappresenta l’abbandono delle appartenenze familiari, etniche, nazionali, geografiche, religiose, di gruppo politico, e di identità rigidamente intese, diviene cioè una nuova cultura, adeguata per il profilarsi di nuove ed innovative dinamiche relazionali. Un riferimento importante degli hackers sono le Bbs (Bulletin Board System). Essi ne riconoscono il ruolo in quanto forma autonoma di gestione dell’informazione dai grandi oligopoli mediatici, e vorrebbero anzi venisse presa a modello come metodo di tutela del libero pensiero. Essendo forma di controcultura, gli hackers ovviamente diffidano dell’autorità in generale, e specialmente di quella burocratica industriale. Essa, legata alla logica della proprietà informativa, è politicamente inconciliabile con la morale dell’hackeraggio, e anzi espressione del modello culturale che si intende rovesciare. Il sogno degli hackers è infatti assai diverso da quello degli agenti commerciali dell’informatica. Quest’ultimi sono ritenuti responsabili delle briglie poste alla tecnologia, che non lasciano segua un percorso di naturale evoluzione, e che la veicolano completamente ed esclusivamente verso i propri interessi. Altro motivo di scontro è la richiesta hackers di poter mantenere l’anonimato di ogni utente. Secondo la loro filosofia è infatti inammissibile qualsiasi forma di schedatura senza lo specifico consenso dei navigatori telematici. Spesso infatti le aziende del settore utilizzano la rete internet per mandare messaggi commerciali volti a pubblicizzare i propri prodotti; le legislazioni dovrebbero essere molto più dure con queste tipologie di fenomeni piuttosto che verso chi tenta di allargare le maglie dell’informazione e coinvolgere la maggior parte possibile dei soggetti presenti nel quadro sociale. Questo elemento di contrapposizione è forse quello che più di tutti ha reso la figura degli hackers famosa nel mondo. E’ innegabile che essi provino un certo gusto nel considerarsi una nuova avanguardia rivoluzionaria e pertanto al centro delle attenzioni dei poteri mondiali. Ovviamente lo scontro, che nasce comunque su basi ideologiche, è divenuto presto pretesto di sbeffeggiamento e di rivalsa. Quelli che forse sarebbe opportuno definire dei nuovi pionieri della conoscenza, sono così divenute figure reali dell’immaginario di ogni individuo, e alimentato storie e leggende sul proprio conto che, il cinema e l’editoria, hanno immediatamente recepito ed utilizzato a proprio vantaggio. Il fine principale comunque, era è continua ad essere: portare il computer alle masse, e farne un mezzo rivoluzionario atto a sovvertire l’ordine costituito attraverso la promozione della conoscenza. Perché il cambiamento sia effettivamente radicale, il computer dovrà essere anche il mezzo attraverso il quale promuovere una nuova estetica che tenga conto, da un lato dell’utilità, e dall’altro della necessità di donare alla creazione una bellezza propria ed esule dal suo autore. Gli hackers comunicano tra loro attraverso quello che viene comunemente definito “il computer underground”. Questa rete relazionale è una struttura aperta alternativa orizzontale di scambio informatico, non ufficiale e non gerarchica; la sua organizzazione sociale è, al livello di minima sofisticazione, quella tra colleghi. Qui gli hackers sviluppano le nuove conoscenze acquisite e le scambiano ed integrano con quelle raggiunte dagli altri colleghi. Spesso collaborano al fine di realizzare un progetto comune, e questo implica fiducia, acquisibile con l’idea della fattività correlata alla meritocrazia precedentemente citata. In questi luoghi, seppur senza volto, gli hackers svilupperanno una fitta rete di relazioni atte all’obbiettivo di rovesciare i modelli culturali vigenti. La “rivoluzione” implicherà necessariamente una nuova ridefinizione dell’uomo. Egli dovrà concepirsi autore reale della propria vita e smettere di accettare le barriere alla conoscenza poste da altri. Dovrà acquisire la forza e la curiosità necessaria al superamento della propria alienazione ed impedire a chiunque di veicolare le modalità di apprendimento del sapere.
E’ imperativo hackers rimuovere la conoscenza come fattore esclusivamente economico (una parte vorrebbe venisse completamente rimossa la possibilità di guadagnare attraverso l’informazione). Il tempo dedicato alla diffusione della conoscenza non è solo un lavoro, e pertanto non va considerato rigidamente come tale, cioè sottoposto alle rigide logiche del profitto ed a quelle della parzialità geografica. Diffonderla indipendentemente dai suoi ricavi, permetterà al mondo di conoscere e riconoscere se stesso da Tokio a Kabul. Sarà così possibile: da un lato rimuovere le differenze strumentali e artificiali, dall’altro evolvere costantemente e comunemente verso un sistema mondo che cammini insieme nel rispetto delle varie differenze. Fino a che fare conoscenza significherà principalmente acquisizione di denaro e potere, sarà impossibile rimuovere le barriere dell’ego umano a favore del libero flusso della collettività. Bisognerà necessariamente, poiché si vive nell’epoca del capitalismo, trovare nuove modi attraverso i quali coniugare i due elementi e privilegiare comunque il senso civico dell’intento rispetto al suo lato puramente economico. Da quanto fino ad ora sostenuto, è facile evincere come la morale hacker costituisca un pericolo per gli assetti di potere odierni. Se la circolazione del sapere fosse effettivamente libera e ad usufrutto di chiunque, è immaginabile che vi sarebbero dei cambiamenti a dir poco strutturali, e che tutte quelle che fino ad ora sono state percepite come certezze smetterebbero di esserlo. Visto il carico della sfida che l’hackeraggio ha deciso di affrontare, non stupiscono le continue dichiarazioni governative e non, volte a circoscrivere il fenomeno. Infatti qualora i propositi degli hackers divenissero realtà, non solo andrebbero in crisi le classiche figure del potere, ma lo stesso sistema sulle quali si fondano. Ciò nonostante, l’agire delle multinazionali informatiche, non si delinea solo come censura ed estromissione, ma anche come tentativi di cooptazione del mondo hacker. Numerosi sono i tentativi riusciti delle grandi aziende nel corrompere i “rivoluzionari digitali”. Questo perché essi non sono solo una minaccia, ma degli intenditori di informatica, e pertanto nuove competenze tecniche a proprio servizio. Ciò nonostante, il mondo sotterraneo dell’hackeraggio sta oramai acquisendo una forza tale da sembrare incontrollabile. Anche nei paesi dove la censura mostra il suo lato più brutale, gli hackers riescono ad essere portatori di controcultura e talvolta a far acquisire nuova consapevolezza alle masse. Uno dei mari nei quali essi spesso sguazzano, è quello del nascente fenomeno dei blogger. Spesso infatti creano dei siti di controinformazione nei quali mostrano l’altra faccia della medaglia, o screditano le versioni date dalle autorità. Si moltiplicano altresì i siti nei quali è possibile reperire materiale o programmi crackati e sottoposti al rigido schema delle licenze. Insomma, gli hacker oggi non sono più delle gocce nel mare, ma una parte considerevole di esso. Mettendo in evidenza quelle che sono le caratteristiche etiche degli hackers, ne esce un quadro completamente diverso da quello nel quale si è abituati collocarli. Sempre dipinti come dei “traccheggiatori” senza scrupoli, sono invece dei comunissimi appassionati di tecnologia e sostenitori della conoscenza globale. Analizzate quelle che sono le caratteristiche fondanti dell’ideologia hacker, ci si rende conto che in questa categoria rientra un numero di persone molto più vasto di quello che invece sarebbe una comunità di “vandali informatici”. Gli obbiettivi che essi si prefiggono hanno uno spessore etico ed una potenzialità davvero sorprendente. Ed è per questo che sono forse oggi la sfumatura sociale meno arrestabile. Un hacker non è una specie di supereroe, ma una comune persona in grado di parlare il linguaggio della macchina; è questo che malvolentieri oggi i poteri forti dell’informazione stanno realizzando. Mentre una volta era possibile stanarli ricercandoli nei vecchi scantinati nei quali solitamente erano, oggi sono comparsi dietro ogni singolo computer e combatterli diviene sempre più difficile. Le potenzialità derivanti dalla macchina e soprattutto dalla rete internet, sono troppo grandi per poter essere limitate. Nonostante le varie invenzioni censorie, sarà sempre fortemente impari la quantità e la qualità delle forze in campo, e guardando al futuro sembra prevedibile che le multinazionali informatiche si vedano costrette a fare dei passi indietro. Ovviamente queste previsioni sono ancora ben lungi dal trovare conferma empirica, e potrebbero cambiare radicalmente considerato il valore della posta in gioco. E’ infatti questo che bisogna tenere costantemente presente quando si osserva l’evoluzione dei propositi hackers e le controrisposte dei poteri dell’informazione. Se gli hackers dovessero (anche in un futuro davvero lontano) vincere questa battaglia, le caratteristiche delle società fino ad ora conosciute sarebbero clamorosamente rivoluzionate. Probabilmente anche la stessa idea di democrazia verrebbe sottoposta a revisione. La trasparenza non dipenderebbe più dalla sensibilità e dal senso civico dei vari amministratori, ma dal fatto che i cittadini potrebbero verificarla in prima persona e conseguentemente decidere. La verità dei fatti non sarebbe più ad interpretazione di un gruppo ristretto di individui, ma di una comunità molto più vasta. L’obbiettivo è tutt’ora molto lontano, ma sono aumentate a dismisura le persone che nutrono un profondo scetticismo verso i canali dominanti. Sono davvero in pochi ormai coloro che credono nella spontanea sincerità del sistema, e sempre più invece quelli che cominciano a covare il serio dubbio che sia tutto molto più complesso di quello che sembra. Molti studi hanno recentemente mostrato che condividere metodi, forme e contenuti della conoscenza, permette di raggiungere risultati davvero incredibili, molto più importanti di quelli invece risultato del personalismo dei suoi autori. Il solo diffondere questi dati, permetterebbe quanto meno di capire che il percorso che si sta seguendo non è quello volto a far si che l’uomo sappia il più possibile nell’arco della sua vita, ma quello deciso da soggetti che sanno benissimo che per conservare un determinato ruolo sia sociale che politico, necessitano di veicolare e talvolta censurare l’informazione. Questo particolare periodo storico sembra star divenendo cosciente di questo perverso meccanismo, ma tutt’ora confuso e perplesso sui metodi attraverso i quali liberarsene.
E’ evidente come a questo mondo manchi una nuova moralità e che bisognerebbe riconquistare spazi definitivamente abbandonati, ma non bisognerebbe forse guardare con la stessa attenzione a quelli che si sono recentemente aperti? Effettivamente la libertà di agire liberamente sul proprio personal computer, e il diritto ad utilizzare tutte le tecnologie fino ad ora conosciute senza alcuna restrizione, non si configura come una semplice battaglia tra informatici e che tiene fuori il resto della società, ma come un conflitto che riguarda in prima persona proprio quest’ultima. Tutti coloro che credono possano ancora esistere modelli di vita differenti da questo dovranno impegnarsi in prima persona anche in questa nuova battaglia. Gli spazi incontrollabili si sono moltiplicati, ed ora più che mai l’uomo dovrà uscire dalla propria alienazione e riprendere possesso della sua vita. E’ d’altronde forse questo il reale significato della libertà, come disse un vecchio cant’autore ora scomparso: la partecipazione.

Ancora guerra in Congo

La situazione in Congo nelle ultime settimane è ulteriormente peggiorata, le truppe ribelli comandate dal generale Laurent Nkunda avanzano nuovamente verso la capitale Brazzaville scontrandosi con gli uomini dell’esercito regolare congolese, ed arrivando a conquistare la zona est del paese, la provincia nord di Kiuv. Oluseguin Obasanjo, inviato dell’O.N.U. e presidente nigeriano, ha chiesto al leader dei ribelli di chiarire le sue richieste. Nkunda ha fatto sapere che la prima cosa da fare per risolvere il conflitto è che il presidente del Congo, Joseph Kabila, accetti di trattare con i guerriglieri, altrimenti “sarà guerra”. L’incredibile esplosione di violenza ripresa dopo anni di fragile tregua (2003-2006), vede in numerosi casi violazioni dei principali diritti umani. L’Alto commissario delle nazioni unite, Navi Pillay, denuncia un tremendo “deterioramento della situazione” ed il verificarsi di omicidi e torture “nelle forme più brutali”. Come ormai purtroppo sembra essere divenuta consuetudine, nelle guerre sono sempre le fasce più deboli a subire le conseguenze peggiori. Oltre la terribile vicenda dei “bambini soldato” (si conta fossero 27 mila fino al 2006) una tragedia nella tragedia, a subire il peso del conflitto, sono le donne in particolare. Spesso oggetto di stupri e maltrattamenti di vario genere, sono tra coloro che più di tutte soffrono lo scontro tra ribelli e governo congolese. Il segretario generale delle nazioni unite Ban ki-moon, sostiene che il problema “ha raggiunto proporzioni inimmaginabili ed endemiche in alcune società”. La gravità della condizione femminile, viene confermata anche dall’ex comandante delle forze di peecekeeping Patrick Cammeret; “probabilmente è diventato più pericoloso essere una donna che un soldato durante i conflitti armati”. Sia l’ O.N.U. che l’Unione Europea, hanno chiesto a più riprese, ad ambo le fazioni in lotta, di porre immediatamente fine a queste ripetute violazioni dei diritti elementari, e di lavorare per il raggiungimento di un’intesa. Nel tentativo di evitare che quella che è apparentemente cominciata come una serie di azioni di guerriglia contro il governo congolese divenga una nuova guerra, le nazioni unite hanno deciso di inviare altri 3 mila soldati nel territorio africano. I caschi blu gia presenti in Congo erano 17 mila, oggi divenuti 20 mila per via dei nuovi innesti. Le truppe allestite come mezzo di interposizione tra gli uomini di Nkunda e quelli del presidente Kabila, fanno parte del più grande progetto di peeacekeeping mai attuato dal Consiglio di sicurezza, ed il suo nome è Monuc. In realtà molte organizzazioni non governative ed associazioni di tutela dei diritti umani, hanno fino ad ora messo in evidenza l’incapacità di questo enorme contingente nel prevenire le situazioni di tensione, e sperano che sia fatto invece un lavoro maggiore nel campo diplomatico. Tuttavia, l’O.N.U. non sembra voler raccogliere l’indicazione dei civili sul posto, e sta pressando l’Unione Europea affinché invii anch’essa nuove forze militari. La U.E. invece sembra invece orientata a dar maggior credito ai consigli delle O.N.G. e, nonostante il fallito tentativo di mediazione dei ministri degli esteri francese e inglese, Bernard Kouchner e David Milband, lavora ancora in questo senso. La situazione, nell’attesa che la diplomazia faccia il suo corso e si trovino delle possibili soluzioni, peggiora di giorno in giorno. Sono ormai circa 250 mila i profughi che dal Congo si dirigono verso il confine con il Ruanda nel tentativo di scappare alla violenza esercitata sia dai ribelli che dagli uomini del governo. Intanto, nonostante nel sostegno alle truppe del governo congolese vi siano anche militari del Ruanda; sale anche la tensione tra Kabila ed il presidente ruandese, accusato di sostenere e finanziare alcune milizie ribelli nei territori di confine. La minaccia di una nuova guerra in Congo, altro non è che il risultato di negoziazioni mai portate a termine, di toppe e tregue che non sono mai andate al di là del breve periodo. Dopo un parziale congelamento delle armi durato due anni, i ribelli sono tornati a colpire. Queste zone di guerra vivono, non solo il peso di una perenne instabilità politica interna, ma anche le pressioni di vari paesi del mondo che, attraverso i finanziamenti delle parti in lotta, provano ad estendere i loro domini e ad assumere un rilievo di primo piano in quello che purtroppo promette di essere la nuova frontiera della guerra, ovvero quella per l’accaparramento delle risorse energetiche. Perché questi conflitti riescano a trovare soluzioni pacifiche, e soprattutto stabili, occorre una forte e congiunta azione diplomatica dei principali governi del mondo. Come si può verificare dando un semplice sguardo alle zone di conflitto infatti, non bastano azioni lampo che garantiscano un giovamento parziale alle fazioni anteposte, ma serve il raggiungimento di una pace duratura che rappresenti il principio dal quale cominciare un percorso di “normalizzazione” che consenta a questi paesi di intraprendere la costruzione di istituzioni realmente democratiche e radicate nel territorio. E’ importante inoltre che gli interventi volti a risanare le ferite dei conflitti, non vengano visti come tentativi di una nuova colonizzazione, ma che vertano invece a creare un assetto quanto più possibile condiviso e duraturo nel tempo. E’ necessario, oltre che porre fine a questi contenziosi, agire con forza contro le terribili violazioni dei diritti umani che attanagliano questi luoghi. L’attuazione di queste ulteriori depravazioni della guerra come la tortura, gli stupri e l’utilizzo dei “bambini soldato”, rallenta di molto il percorso di pacificazione sociale, e minaccia invece di essere un motivo di futura frizione tra le componenti della società.

Tiblisi: Mosca rallenta la ricostruzione dell'Ossezia del Sud

Seppur fortunatamente senza pallottole, continua lo scontro russo-georgiano sulla questione legata all'Ossezia del Sud. Tiblisi sostiene che Mosca stia tentando in ogni modo di congelare le procedure di ricostruzione della regione georgiana opponendo continui rallentamenti nei lavori della commissione mista russo-osseta nata alla fine del conflitto e il cui compito è proprio decidere i meccanismi attraverso i quali ricostruire l'area. La crisi russo-georgiana è stata al centro del dibattito internazionale ed ha visto l'interessamento non solo degli onnipresenti Stati Uniti, ma anche dell'Unione Europea, decisiva nel raggiungimento di un'intesa e direttamente coinvolta vista la vicinanza dell'area. Il premier georgiano Mikhail Saakasvhili ha forse creduto in un maggiore apporto da parte degli Stati Uniti quando avallò il bombardamento di Tskhinvali, ma ha evidentemente sottovalutato la reazione moscovita, volta, oltre che ad appoggiare le istanze autonome dell'Ossezia del Sud, a tutelare la propria leadership in quella che una volta la storia chiamava l'Unione Sovietica.

Le Banche del Tempo

Prodotto interne lordo, investimenti, esportazioni, titoli di borsa. A qualcuno sembra che queste forme proprio non colgano il vero problema che la crisi globale ha denudato davanti agli occhi dei cittadini del mondo. La banca del tempo, associazione nata nel 1988 e ad oggi con più di trecento sedi, crede che quel che vada ricostruita non sia solo una nuova politica economica, ma una nuova socialità tra le persone. Basata sul semplice scambio del tempo tra i suoi soci e diffusa in tutta italia, considera tutte le prestazioni di pari dignità. Chi concede un’ora del suo tempo per aiutare una donna anziana potrà ricevere in corrispettivo un’ora di qualsiasi delle altre attività messe a disposizione. E’ questo che la BDT fa per scardinare una società che ritiene fondata sull’egoismo e l’individualismo, e per spingerla invece verso comportamenti più umani e solidali. Ovviamente queste idee sono ben lontane dall’essere accettate da chi potrebbe davvero ergerle a nuovi modelli, ma in un mondo ove ogni mattino sembra veder scomparire un raggio di sole, varrà la pena uscire e godersi le belle giornate.


Nicola Caforio

La vita di John Solecki è ancora in bilico

Il governo pakistano ha ancora 4 giorni per ottemperare alle richieste del Fronte Unito di Liberazione del Belucistan (Bluff) e liberare il funzionario americano dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite ( Unhcr) John Solecki. Alle 8 e 30 del 2 febbraio scorso l’uomo era a bordo della sua vettura a Quetta, nel sud del Pakistan quando alcuni uomini armati lo hanno rapito una volta ucciso il suo autista Syed Hashim, ed un altro funzionario che in quel momento viaggiva nella stessa automobile. Dopo poche ore l'organizzazione indipendentista fa recapitare la propria richiesta al governo pakistano in cambio della vita del funzionario ONU: la liberazione di 1.100 prigionieri i cui nomi sono indicati in una dettagliata lista e che, nonostante le smentite di Islamabad, sarebbero detenuti in luoghi segreti del Pakistan dai servizi di sicurezza ormai da molti anni, 141dei quali sarebbero donne. In un video del 13 febbraio i rapitori hanno mostrato Solecki, bendato e con due fucili puntati alla testa, che ricordando le sue pessime condizioni di salute, implorava la liberazione. A tale video ha poi fatto seguito un appello della madre ai rapitori, sfortunatamente caduto nel vuoto. Il 23 febbraio si è inoltre diffusa la notizia che il Bluff avesse ormai eseguito la condanna a morte dell‘americano, prontamente smentita però dal gruppo separatista tramite la telefonata ad una agenzia di stampa locale di un suo portavoce. Ed è così che si arriva a ieri ed al nuovo ultimatum del Fronte: 4 giorni per liberare i prigionieri o Solecki sarà ucciso.
Il Fronte Unito di Liberazione del Belucistan è un’organizzazione molto poco conosciuta e che pare stia accreditando la sua collocazione nel terrorismo internazionale proprio con questa azione. Inoltre sembra sia scorporato dai principali gruppi separatisti beluci, che hanno infatti preso le distanze dal rapimento Solecki e anzi richiesto la sua immediata liberazione. Alcuni esperti credono che questo gruppo sia il prodotto delle pressioni che dal vicino afghanistan arrivano dai talebani, interessati a sporcare la lotta per l’indipendenza beluci, e farla divenire nuovo teatro di scontro politico-religioso. E' infatti piuttosto strano che un gruppo praticamente sconosciuto sia riuscito ad organizzare un'operazione nient'affatto semplice e a non essere ancora rintracciato; anche se va altresì messo in evidenza che le organizzazioni indipendentiste beluci sono numerossisime e che negli ultimi anni, partendo dalla rivolta del 2004, si sono distinte per una crescita esponenziale di attentati ed azioni.
La situazione pakistana sembra ogni giorno di più vicina al collasso, ed il governo incapace nel gestire i continui attriti che si consumano nella regione. Anche il supporto del potente alleato americano sembra vacillare vista l’incapacità di Islamabad di eliminare cellule e covi dei terroristi, e visto anche il ritorno delle tensioni indo-pakistane che dai recenti attentati di Mumbai sono recentemente riesplose.
La provincia del belucistan è la metafora di un paese che va sempre più sfaldandosi, passato da richieste di maggiori autonomia alla dichiarata lotta per l’indipendenza, i gruppi separatisti sembrano voler gestire in prima persona le ricchezze minerarie e di gas della più grande delle quattro provincee pakistane (una volta e mezza l'italia e 10.000.000 di abitanti), e sicuramente per farlo alzeranno ancora il tiro. In tutto il Pakistan, come in molti altri luoghi, c'è una crescita continua del fondamentalismo islamico, che in quelle terre povere e dimenticate dai riflettori dei media, si poggia, si insidia, ed esplode.

mercoledì 11 marzo 2009

Foibe e contesto storico

Negli ultimi anni si è sviluppata in Italia una pericolosa tendenza alla riscrittura storica in termini di scorporamento dei fatti dal loro contesto. Questo fenomeno è forse il più feroce attacco al senso stesso della storia, poiché così facendo si procede ad una banalizzazione e spettacolarizzazione della realtà, senza capirne la complessità degli elementi che la compongono. La vicenda delle Foibe è forse quella che più di tutte racconta questo tentativo. Esse furono effettivamente un vero e proprio massacro organizzato, specialmente dall’Armata popolare di liberazione della Jugoslavia, durante e dopo la seconda guerra mondiale, ma altresì il frutto di una politica definita “degli opposti nazionalismi” e della violenza dell’Italia fascista nei territori della Dalmazia e della Venezia Gulia. Spesso la contrapposizione tra gli storici e non, si è ridotta a fautori della “verità dei fatti” da una parte, e sostenitori della “verità ideologica” dall’altra. Entrambe le posizioni continuano però a non capire che contestualizzare i fatti non vuol dire acquisirne una parziale verità, ma avvicinarsi alla loro comprensione. Gli anni delle Foibe furono infatti anni nei quali ci fu un violento scontro tra le mire espansionistiche dell’Italia fascista da un lato, ed il crescere dello spirito di rivalsa e del nazionalismo jugoslavo dall’altro. Il senso di questa contrapposizione è evidente sia nelle parole di Mussolini: “ Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. [...] I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani “, sia in quelle di Lodovico Vulicevic , esponente del Partito jugoslavo dalmata, : “ La nazionalità italiana non esiste in Dalmazia; i Veneti nella lunga loro dominazione non poterono innestarla. Coloro che sostengono esservi in Dalmazia la nazionalità italiana, o non conoscono la provincia, o trovano l'interesse nel ciò dire”. A questi elementi, non di poco conto, va aggiunto che i territori contesi divennero in quegli anni il simbolo della lotta tra nazi-fascismo e socialismo, ed automaticamente carichi di significati. La violenza della quale tutte le parti in causa si macchiarono, fece crescere nelle popolazioni locali un crescente odio etnico-politico reciproco, ed è in questo quadro che vanno inserite e comprese le vicende legate alle foibe. Contestualizzare non vuol dire giustificare, ma semplicemente mostrare tutti gli elementi che composero la realtà del tempo. Il giudizio deve far capo alla soggettività degli individui, ma non deve essere la prima preoccupazione di uno storico, e di tutti coloro che fanno informazione storica. Ad essi, e oggi anche ai giornalisti che incautamente se ne occupano, spetta il difficile compito di ricostruire i tempi nei quali i fatti si svolsero e di dare ai lettori le basi sulle quali formare una propria opinione. Non adempiere a questo fondamentale compito vorrebbe dire negare il senso stesso della storia, ovvero quello “ di comprendere il passato, analizzare il presente, e prevedere il futuro”.